Archivio per viaggi in treno

American pipparols® across Europe

Posted in Uncategorized with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 2 luglio 2009 by scrittiapocrifi

Fortunatamente, in Europa ci sono città grandiose, che hanno ancor oggi la capacità di sminuire l’autostima dei viaggiatori più navigati, lasciandoli a bocca aperta. Città capaci di metterci in imbarazzo rendendo evidente il nostro provincialismo anche per chi si sente un cosmopolita per eccellenza. Una di queste città è Parigi. Uno di quei posti in cui concetti astratti (per l’Italia spesso immaginifici), assumono significati concreti e tangibili: infrastrutture, trasporti, cultura, eventi, architettura, urbanistica, arte, fruibilità. Il brutto di queste città è che spesso sono piene di americani, giovani e non, che pascolano allo stato braido, bivaccando come bisonti tra monumenti, musei e boulevards.
Il viaggio nella vecchia Europa è infatti diventato un must assoluto per i giovani americani abbastanza ricchi per permetterselo, tuttavia il grand tour di oggi, in da american style è un po’ diverso da quelli di Goethe. E’ l’alternativa “colta” e snob alle summer holidays in Messico o in Brasile, dove succede un po’ di tutto, ma principalmente sbronze tristi e scopate meccaniche.
Ed eccoli qui, les americains. Anzitutto, si riconoscono subito: solitamente viaggiano in pantaloncini da deficienti, occhiali avvolgenti da snowboard o altri salcazzi sportivi, T-shirts o camicette a quadrettini, cappelli da rapper in lana o con visiera, da baseball, scarpe da ginnastica spesso alternate a orrendi sandali da ginnastica o a inguardabili infradito. Per le ragazze vanno di gran moda gli shorts di jeans sdrucito abbinati a top da bancarella in color fucsia, verde smeraldo o giallo canarino, con la variante del vestitino corto stile impero di cotonina, abbinato ovviamente alle ciabatte che les jeunes filles européennes userebbero solo per non prendere i funghi facendo la doccia in palestra. Quando crescono e diventano cinquantenni, la divisa d’ordinanza dell’americano in vacanza è formata da camicia quadrettata a mezze maniche, chinos color khaki con il risvolto troppo alto e scarpe da ginnastica ancora più brutte. E questo vale sia per gli uomini che per le donne.
Viaggiano in treno con zaini da alpinisti o borsoni, in ogni caso lerci ed enormi (che cazzo ci terranno dentro lo sa solo il padreterno), badando bene di piantarli nella schiena degli altri passeggeri o di far passare le rotelle sui loro piedi ad ogni occasione propizia .
Si fanno fotografare davanti all’Altare della Patria a Roma con un figurante vestito da centurione perché pensano che sia un’opera di architettura d’età imperiale; fotografano distrattamente, senza nemmeno inquadrare qualsiasi stronzo dipinto esposto al Louvre, incluso il cartello della toilette, per far vedere che hanno fatto attività culturali; rumoreggiano dandosi di gomito alla Cappella Sistina, evidentemente eccitati per le nudità michelangiolesche.
Soprattutto, bevono. Si riempiono di birra e alcoolici mescolati direttamente nello stomaco e si mettono a chiappe all’aria a Campo Dé Fiori, alle colonne di San Lorenzo a Milano o a via Chiaia a Napoli. Non conoscendo né il concetto di senso della misura, né quello di rispetto nei confronti del prossimo, sono spesso i favoriti nel casting per i protagonisti delle risse. Se gli va bene, la Polizia se li porta via e passano un paio d’ore in questura con una denuncia a piede libero che useranno per pulirsi il culo, se gli va media si fanno riempire di mazzate che tanto non sentono perché anestetizzati dall’alcool, se gli va male finiscono all’ospedale accoltellati. Le ragazze invece si limitano ad alcoolizzarsi come tante piccole Sue Ellen, ad intasare metaforicamente e non solo i cessi dei pub, versando distrattamente birre ed altri alcoolici sugli altri clienti e, soprattutto, di troioneggiare in perfetto stile Paris Hilton. Eh già, perché tra le americane qualsiasi palla di lardo con al posto della faccia un dipinto di Georges Braque è fermamente convinta di poter c0mpetere in charme e seduzione non dico con una donna mediamente carina, ma direttamente con Monica Bellucci o con Carla Bruni.
Tra le americane, la peggiore in assoluto che ho visto era un po’ più agé, eavra avuto sui trentacinque anni. L’ho incontrata alla Tour Eiffel, aveva due figli – rigorosamente ebeti – di sette e cinque anni, e un passeggino grande come un’Ape Piaggio per portare il piccolo, che si era nascosto sotto una coperta di pile (a fine giugno), per fare Casper il fantasmino. Questa donna era in fila per salire su uno degli angusti ascensori che portano a “le sommet“, la parte più alta della torre, ed è riuscita a piantare le ruote negli stinchi di chiunque gli passasse vicino. Mentre era in fila, ne ha approfittato per farsi una bella pinta di birra e mangiarsi un bel cartone di patatine fritte bisunte, perché è evidente che le “french fries” più buone del mondo non possono che esserequelle  servite al secondo piano della Tour Eiffel. Quando l’addetto agli ascensore le ha fatto capire che non avrebbe mai permesso a quel panzer mascherato da passeggino di salire fino in cima, e che doveva lasciarlo lì, ha iniziato a sbatterlo per terra istericamente, fingendo di piegarlo, mentre lei veniva posseduta spiritualmente dall’antica divinità pagana delle imprecazioni, conosciuta in certe regioni come Biastimella. Dietro di me, una famiglia di spagnoli a prenderla ferocemente per il culo  “Ahora y aqui: es el momento mejor para buscar una patatita francesa y un litro de cerveza“. Naturalmente lei non si è minimamente scomposta, né ha mostrato alcun imbarazzo per la scena ridicola e patetica che stava mettendo in scena davanti ad un abbondante cinquantina di persone.

Ecco, certe volte capisci che i Talebani, Ahmadinejad e Kim il Sung non possono avere proprio tutti tutti i torti.

E dopo la dottissima citazione di Tomas Milian nel titolo (cfr. Squadra antimafia, 1978), vi lascio ad un aforisma di Indro Montanelli:

Quando mio nonno voleva rimproverarmi mi diceva che ero un cazzone. Quando l’avevo fatta davvero grossa mi inseguiva urlando “cazzone americano“.

Avanti c’è posto!

Posted in Uncategorized with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 giugno 2009 by scrittiapocrifi

La gente fa cose strane, certo. Ma tra le cose stupide e irrazionali che fanno ce n’è una che non finisce mai di stupirmi. L’ossessione di piazzarsi a tutti i costi in mezzo alle palle, ad esempio.
E’ un comportamento che non fa distinzioni di classe, di età, di professione e si riscontra in un’infinità di situazioni. I trasporti, anzitutto. In aereo, ci sono quelli capaci di far ritardare il decollo perché arrivati al loro posto (generalmente alle prime file) devono accuratamente sistemare il bagaglio nelle cappelliere , verificare l’inclinazione del sedile, assicurarsi che non ci siano collassi strutturali e poi si siedono. Con calma. E ottanta persone inferocite, bloccate sul corridoio che imprecano aspettando di arrivare al proprio posto.
Poi te li ritrovi sul bus che porta dalla piazzola al terminal. Si piazzano in dieci davanti alla porta ed è impossibile entrare. Naturalmente il resto del bus è vuoto.
La stessa cosa, ovviamente, vale anche sui mezzi pubblici in città. Ci sono quelli che devono per forza stare davanti e controllare le capacità di guida del conducente. Tutti ammassati, ovviamente davanti alle porte, nessuno che si muova di un solo centimetro, come nelle guerre di trincea. Chiedi permesso e fanno finta di non sentire, cerchi di andare dietro e s’incazzano borbottando, gli chiedi se possono spostarsi un po’ indietro e ti guardano come per dirti ma che cambia se vai due metri avanti o stai due metri dietro. Qualcuno te lo dice, anche.
Poi ci sono le ragazze con i trolley. Anche io ne ho uno, per carità. Ma è piccolo, a misura del cesto della Ryanair. Queste, invece, hanno dei trolley enormi, grandi come frigoriferi, di solito in color rosa fluo o verde mela.
Che cazzo ci mettano dentro, non lo so. Ho sempre sospettato che qualcuna ci tenga il corpo di un ex-ragazzo, fatto a pezzi. O un’amica contorsionista che scrocca il biglietto viaggiando nel valigione . Ovviamente, ragazza di un metro e trenta e trolley di un metro e sessanta tendono ad occupare predellini, corridoi (specialmente sui treni), la porta dell’unico bagno funzionante su undici carrozze. E quando sono nello scompartimento fanno gli occhioni chiedendoti di aiutarle (?) a mettere questi feretri sulle apposite rastrelliere portabagagli, opportunamente posizionate a due metri di altezza. Provi a tirarle su, e sotto il peso del campionario di laterizi edili che contengono, senti l’ernia inguinale scendere dolorosamente verso i testicoli, mentre la colonna vertebrale vacilla.
Il capitolo metropolitane è assai interessante. C’è sempre qualcuno, ovviamente con il vagone quasi vuoto, che si incatena al palo di fronte alla porta, temendo forse di dimenticare la fermata ed essere così trasportato fino a finis terrae. Il qualcuno poi diventano sette o otto persone, immote come i piloni dei viadotti, e non di rado a finis terrae ci finisci tu.
C’è poi il capitolo feste, ristoranti e altre attività sociali. E’ incredibile come la gente si raduni e faccia capannelli in tutti i posti di passaggio, specialmente quelli più angusti. Per alcuni, il punto ideale per intavolare una conversazione nel mezzo di una festa con un bicchiere di vino  in mano (rosso però che il bianco macchia poco), è il corridoio, meglio se c’è una enorme libreria a stringere il passaggio. Il conciliabolo davanti al bagno è un must. Specialmente se non si ha alcun motivo o intenzione di usarlo. Al ristorante i posti migliori sono le scale e il marciapiede di fronte all’ingresso. Al cinema? Niente paura: code e ingorghi assicurati grazie a tutti quelli che, dopo aver fatto la fila e comprato il biglietto iniziano un processo di acclimatamento e rimangono lì nel proprio habitat ideale, fingendo rimettere a posto il resto, cercare il telefono o semplicemente guardarsi intorno cercando con lo sguardo gli amici. Soprattutto, quelli che sono rimasti a casa.

(nella foto: una metropolitana, ma non è in Italia, la gente è seduta e non gira per la carrozza distribuendosi a cazzo di cane)