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Hipster (mode del cazzo)

Posted in Uncategorized with tags , , , , , , , , , , , , , , on 16 aprile 2009 by scrittiapocrifi

Uno dei modi più certi per accorgersi che si sta davvero invecchiando è quando non si capiscono e/o non si sopportano più le mode giovanili. Ad esempio, io non capisco proprio la moda hipster. Mi stanno sul cazzo le scarpette di gomma tipo Converse, specie se glitterate e finto nobilitate da qualche marchio trendy. I pantaloni stretti a vita bassa che fanno sembrare le gambe come due bastoncini del ristorante cinese e scoprono il solco delle chiappe ad ogni accenno di movimento, esercitando sinergicamente lo schiacciamento delle palle o la separazione della vulva tipo Mosè con il Mar Rosso, sono veramente raccapriccianti. Per completare l’effetto museo degli orrori vanno abbinati ad una maglietta corta e sdrucita, che scopra meglio le chiappe mostrando orgogliosi l’elastico delle mutande, il filo del perizoma o la folta pelliccia naturale che cresce  nell’anfratto che separa i glutei. Le magliette dei veri hipsters di solito sono vintage anni’80, in color giallo banana, verde subbuteo, rosso magenta azzurro Wc Net con l’immancabile scritta tipo Atari, Commodore 64 o il nome di qualche sconosciuto gruppo di suonatori di campanello.  Quelli che non riescono a procurarsene una abbastanza di cattivo gusto, di solito sono ampiamente esauditi dal mercato della “moda”, che propone inguardabili t-shirt viola con glitter dorati sopra e qualche minchiata random serigrafata sopra. Completano l’ambaradan dei fulminati all’ultima moda delle borsone a tracolla in plastica cerata per teloni di camion, un taglio di capelli asimmetrico, a sinistra Beatles e a destra Annie Lennox e il giacchetto in nylon nero sacco della spazzatura style. Ma soprattutto, gli enormi occhiali da sole con lenti fumé e montatura in plastica colorata.
A completare degnamente il tutto, un cappellino da baseball in nylon e rete (inevitabile scritta del cazzo sopra) o un cappello a falda stretta in tessuto quadrettato tipo quelli dei mafiosi nei b-movies degli anni ’60. Se ci sta, anche quell’inguardabile peluria puberale sul che qualcuno chiama baffi.
Mettiamola così: per una questione generazionale ho visto nascere e morire tantissime subculture e mode giovanili. Dall’eskimo degli autonomi fino ai ponchos dei frikkettoni, dai calzoni di pelle e spille da balia dei primi punk allo stile teatrale degli indiani metropolitani, dai piumini dei paninari agli elegantissimi tre bottoni  dei mods, dagli sconcertanti cernecchi dei primi skinheads al pallore spettrale delle gothic chicks. Dai patiti del ragamuffin’ con dreadlocks, colorito giallastro e pantaloni comodi a righe materasso fino al gel e occhiali dei ragazzi della techno, dallo stile borchiato e baffuto harley davidson a quello country western Marlboro Country. Dalle camicine stirate dei papa boys fino ai fascisti col bomber e gli occhiali specchiati. Pensavo di aver visto di tutto, ma in tanti anni non avevo mai visto una moda così brutta. E che qualcuno mi contraddica, se ci riesce.