Archivio per luglio, 2009

In riserva

Posted in Uncategorized with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on 28 luglio 2009 by scrittiapocrifi

E così, in questo caldo appiccicoso e sfiancante ti accorgi quasi distrattamente che le giornate già iniziano ad accorciarsi e ricordi che siamo già a fine luglio, periodo in cui la gente generalmente tira un po’ i remi in barca sul lavoro e si prepara mentalmente per andare in vacanza. Io invece no. Nel lavoro che faccio, luglio è un mese in cui si concentrano le attività più intense e le date di consegna di molti progetti avviati da mesi e mesi.
Sono arrivato a luglio al termine di una lunga e faticosa cavalcata lavorativa durata tutto l’inverno e oltre, fatta di scadenze serrate, di continue emergenze e di richieste quasi sempre esorbitanti ma altrettanto ineludibili da parte dei miei capi (siamo alla vigilia di un rinnovo contratto). Più una serie di viaggi  a volte faticosi nei week end, di infinite incombenze domestiche, di nervosismi diffusi e spesso, di lavoro straordinario fatto a casa la domenica. Senza contare il fatto che da tre mesi sono senza motorino e pertanto sono diventato schiavo dei mezzi pubblici, che mi fanno perdere un’ora e mezzo di tempo in più al giorno, senza aria condizionata e con almeno tre trasbordi per arrivare in ufficio e altrettanti per ritornare a casa.
Mi sento uno straccio: ho la pressione bassa, la notte non faccio che svegliarmi per il gran caldo, non riesco quasi più a camminare e il sabato e la domenica vorrei soltanto riposare. Spero che arrivi presto il mese di agosto e il riposo, anche se ci sarebbe persino la possibilità di dover andare fuori per lavoro sia sabato che domenica. Speriamo soltanto di sopravvivere. Non si può più vivere stando eternamente in riserva.

American pipparols® across Europe

Posted in Uncategorized with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 2 luglio 2009 by scrittiapocrifi

Fortunatamente, in Europa ci sono città grandiose, che hanno ancor oggi la capacità di sminuire l’autostima dei viaggiatori più navigati, lasciandoli a bocca aperta. Città capaci di metterci in imbarazzo rendendo evidente il nostro provincialismo anche per chi si sente un cosmopolita per eccellenza. Una di queste città è Parigi. Uno di quei posti in cui concetti astratti (per l’Italia spesso immaginifici), assumono significati concreti e tangibili: infrastrutture, trasporti, cultura, eventi, architettura, urbanistica, arte, fruibilità. Il brutto di queste città è che spesso sono piene di americani, giovani e non, che pascolano allo stato braido, bivaccando come bisonti tra monumenti, musei e boulevards.
Il viaggio nella vecchia Europa è infatti diventato un must assoluto per i giovani americani abbastanza ricchi per permetterselo, tuttavia il grand tour di oggi, in da american style è un po’ diverso da quelli di Goethe. E’ l’alternativa “colta” e snob alle summer holidays in Messico o in Brasile, dove succede un po’ di tutto, ma principalmente sbronze tristi e scopate meccaniche.
Ed eccoli qui, les americains. Anzitutto, si riconoscono subito: solitamente viaggiano in pantaloncini da deficienti, occhiali avvolgenti da snowboard o altri salcazzi sportivi, T-shirts o camicette a quadrettini, cappelli da rapper in lana o con visiera, da baseball, scarpe da ginnastica spesso alternate a orrendi sandali da ginnastica o a inguardabili infradito. Per le ragazze vanno di gran moda gli shorts di jeans sdrucito abbinati a top da bancarella in color fucsia, verde smeraldo o giallo canarino, con la variante del vestitino corto stile impero di cotonina, abbinato ovviamente alle ciabatte che les jeunes filles européennes userebbero solo per non prendere i funghi facendo la doccia in palestra. Quando crescono e diventano cinquantenni, la divisa d’ordinanza dell’americano in vacanza è formata da camicia quadrettata a mezze maniche, chinos color khaki con il risvolto troppo alto e scarpe da ginnastica ancora più brutte. E questo vale sia per gli uomini che per le donne.
Viaggiano in treno con zaini da alpinisti o borsoni, in ogni caso lerci ed enormi (che cazzo ci terranno dentro lo sa solo il padreterno), badando bene di piantarli nella schiena degli altri passeggeri o di far passare le rotelle sui loro piedi ad ogni occasione propizia .
Si fanno fotografare davanti all’Altare della Patria a Roma con un figurante vestito da centurione perché pensano che sia un’opera di architettura d’età imperiale; fotografano distrattamente, senza nemmeno inquadrare qualsiasi stronzo dipinto esposto al Louvre, incluso il cartello della toilette, per far vedere che hanno fatto attività culturali; rumoreggiano dandosi di gomito alla Cappella Sistina, evidentemente eccitati per le nudità michelangiolesche.
Soprattutto, bevono. Si riempiono di birra e alcoolici mescolati direttamente nello stomaco e si mettono a chiappe all’aria a Campo Dé Fiori, alle colonne di San Lorenzo a Milano o a via Chiaia a Napoli. Non conoscendo né il concetto di senso della misura, né quello di rispetto nei confronti del prossimo, sono spesso i favoriti nel casting per i protagonisti delle risse. Se gli va bene, la Polizia se li porta via e passano un paio d’ore in questura con una denuncia a piede libero che useranno per pulirsi il culo, se gli va media si fanno riempire di mazzate che tanto non sentono perché anestetizzati dall’alcool, se gli va male finiscono all’ospedale accoltellati. Le ragazze invece si limitano ad alcoolizzarsi come tante piccole Sue Ellen, ad intasare metaforicamente e non solo i cessi dei pub, versando distrattamente birre ed altri alcoolici sugli altri clienti e, soprattutto, di troioneggiare in perfetto stile Paris Hilton. Eh già, perché tra le americane qualsiasi palla di lardo con al posto della faccia un dipinto di Georges Braque è fermamente convinta di poter c0mpetere in charme e seduzione non dico con una donna mediamente carina, ma direttamente con Monica Bellucci o con Carla Bruni.
Tra le americane, la peggiore in assoluto che ho visto era un po’ più agé, eavra avuto sui trentacinque anni. L’ho incontrata alla Tour Eiffel, aveva due figli – rigorosamente ebeti – di sette e cinque anni, e un passeggino grande come un’Ape Piaggio per portare il piccolo, che si era nascosto sotto una coperta di pile (a fine giugno), per fare Casper il fantasmino. Questa donna era in fila per salire su uno degli angusti ascensori che portano a “le sommet“, la parte più alta della torre, ed è riuscita a piantare le ruote negli stinchi di chiunque gli passasse vicino. Mentre era in fila, ne ha approfittato per farsi una bella pinta di birra e mangiarsi un bel cartone di patatine fritte bisunte, perché è evidente che le “french fries” più buone del mondo non possono che esserequelle  servite al secondo piano della Tour Eiffel. Quando l’addetto agli ascensore le ha fatto capire che non avrebbe mai permesso a quel panzer mascherato da passeggino di salire fino in cima, e che doveva lasciarlo lì, ha iniziato a sbatterlo per terra istericamente, fingendo di piegarlo, mentre lei veniva posseduta spiritualmente dall’antica divinità pagana delle imprecazioni, conosciuta in certe regioni come Biastimella. Dietro di me, una famiglia di spagnoli a prenderla ferocemente per il culo  “Ahora y aqui: es el momento mejor para buscar una patatita francesa y un litro de cerveza“. Naturalmente lei non si è minimamente scomposta, né ha mostrato alcun imbarazzo per la scena ridicola e patetica che stava mettendo in scena davanti ad un abbondante cinquantina di persone.

Ecco, certe volte capisci che i Talebani, Ahmadinejad e Kim il Sung non possono avere proprio tutti tutti i torti.

E dopo la dottissima citazione di Tomas Milian nel titolo (cfr. Squadra antimafia, 1978), vi lascio ad un aforisma di Indro Montanelli:

Quando mio nonno voleva rimproverarmi mi diceva che ero un cazzone. Quando l’avevo fatta davvero grossa mi inseguiva urlando “cazzone americano“.