La annuale campagna di marketing natalizio ha le sue leggi. Prima di tutto: tirare fuori dai magazzini tutte le cazzate, fregnacce e bubbole rimaste invendute per tutto il resto dell’anno. E’ il grande momento di celebrità per aspirapolvere, cioccolatini, macchine per fare il caffè, pentole a pressione, cofanetti da dieci CD degli Abba. Ed è solo la prima ondata: l’attacco massiccio arriva con panettoni, torroni, cotechini, brandy, spumanti, addobbi luminosi, alberi di natale etc.
Secondo: comprare tonnellate di spazi pubblicitari su giornali e soprattutto televisioni. Si prepara l’assedio preparando il campo e mettendo a punto le torri d’assalto. Ogni secondo di tv, ogni centimetro quadrato di carta stampata devono rendere profitti almeno dieci volte maggiori del capitale investito.
Terzo: sparare messaggi pubblicitari a raffica di tutti i tipi, in tutti i formati e in tutte le direzioni possibili. Vanno scardinati i bastioni del senso di colpa e allentare le difese psicologiche nei confronti del consumo. Spendere deve essere un fatto liberatorio, un momento di felicità assoluta.
Quarto: calcolare bene i tempi. Sabato 24 ottobre è la prima scadenza, il tamburino che prepara l’attacco: il primo blocco di praline al liquore, scope elettriche e offerte per i cellulari. Due settimane dopo, attorno al 7 novembre arrivano i primi panettoni e torroni, dopodiché a seguire giocattoli, gli accessori per la casa, gli addobbi.
Vi sentirete in colpa per non aver comprato i Ferrero Rocher anche a ferragosto. Espierete nella sofferenza il non avere abbastanza soldi da buttare nel cesso. Tribolerete per la tentazione di comprare l’ultimo TV da 50 pollici in HDTV. Vi sentirete orrendi per non aver ceduto allo sconto per l’indimenticabile crociera.
Soprattutto, se avete figli in età compresa tra i quattro e i dodici anni, non passerete liscio questo Natale di lagne per la Wii, la PSP3 o qualche altra minchiata del genere.
Comunque vada siete fottuti: nell’attacco finale alle tredicesime non si faranno prigionieri.
Marketing natalizio
Posted in Uncategorized con i tag albero di natale, attacco alle tredicesime, capitalismo feroce, fondi di magazzino, freni inibitori, marketing natalizio, messaggi pubblicitari, panettoni, regali natalizi, spinte consumistiche, spumanti, strenne di Natale, torroni, vendite di natale on 3 novembre 2009 by scrittiapocrifiLa vita segreta degli ombrelli
Posted in Uncategorized con i tag l'ombrello come essere senziente, ombrelli cinesi, ombrelli di lusso, ombrelli di media qualità, ombrelli infedeli, ombrelli scrausi, ombrello, portaombrelli brutti, rapimenti d'ombrelli, stipati nei container, tessuti fantasie kitsch, venditori d'ombrelli, vita dell'ombrello on 26 ottobre 2009 by scrittiapocrifi

Gli ombrelli nascono in un posto imprecisato. Generalmente in Cina o qualche posto del genere. Poi arrivano misteriosamente nei paesi piovosi, immagino viaggiando in nave, stipati dentro dei container.
Gli ombrelli di media qualità si materializzano misteriosamente dentro i Bricofer o da Casamercato, invece quelli più scadenti appena inizia a piovere compaiono nelle mani di decine di milioni di miliardi di venditori del Bangladesh, probabilmente arrivati anche loro con qualche nave, stipati dentro dei container.
Gli ombrelli di lusso invece passano la maggior parte della loro vita in certi negozi molto glam, come in un orfanotrofio. Sperano sempre nella botta di culo: qualcuno che ha un po’ di soldi da buttare e un lontano parente a cui non sa che cazzo regalare per Natale. Se invece sono sfortunati verranno adottati da una personalità ossessivo compulsiva, ma di quelle veramente pignole, con cui con ogni probablità passeranno molti noiosissimi anni.
La vita dell’ombrello può essere lunga o brevissima, dipende dalla specie. Solitamente la vita dell’ombrello più gracile termina nelle giornate di pioggia e vento, specie all’inizio dell’autunno o in primavera inoltrata.
Gli ombrelli, specie quelli da donna, hanno sempre una forte vocazione per il kitsch. Lo dimostra il fatto che le fantasie della tela sono per definizione orrende e i portaombrelli sono sempre l’oggetto più brutto di qualsiasi casa (fate pure la prova).
Gli ombrelli sono infedeli per natura, e cambiano spesso padrone. A volte vengono rapiti da persone molto malvagie e inclini al crimine mentre il proprietario è al bar a prendere un caffè o in fila alla posta. Nessuno però ha mai ricevuto una richiesta di riscatto.
I distratti e gli ombrelli sono due razze che non vanno tanto d’accordo. In famiglia siamo tutti sbadati e gli ombrelli subiscono continui stress post-traumatici girando come trottole da una casa all’altra.
Gli ombrelli hanno il senso dell’avventura, adorano viaggiare e vedere il mondo. Il mio ombrello nero “elegante”, ad esempio si è nascosto sul portabagli in un treno per proseguire verso Salerno. Quello grigio dell’Ikea invece tempo addietro è andato al Brennero.
Ogni tanto però mi mandano delle cartoline. Se doveste incontrarli, salutatemeli tanto. Se poi siete il signor Knirps®, mandatemi una mail.
Neolingua (post in progress)
Posted in Uncategorized con i tag antiberlusconismo uguale invidia, bugia uguale verità, cattocomunisti, culturame, escort, Fini comunista, guerra uguale pace, ignoranza uguale forza, intellighentzia di sinistra, linguaggio politico Berlusconi, neolingua berlusconiana, Obama abbronzato, Orwell 1984, populismo e linguaggio, profezie orwelliane, scudo fiscale, servizio pubblico, utilizzatore finale on 4 ottobre 2009 by scrittiapocrifi“La Neolingua era distinta da quasi tutte le altre lingue dal fatto che il suo vocabolario diventava ogni giorno più sottile invece di diventare più spesso. Ogni riduzione rappresentava una conquista, perché più piccolo era il campo della scelta e più limitata era la tentazione di lasciar spaziare il proprio pensiero. Si sperava, da ultimo, di far articolare il discorso nella stessa laringe, senza che si dovessero chiamare in causa i centri del cervello”.
George Orwell, 1984
Ecco come si sta realizzando la profezia di Orwell. Per compilare questo breve dizionario della neolingua berlusconiana è stato sufficiente sfogliare le dichiarazioni di Berlusconi, di qualche ministro o sottosegretario e alcuni pregevoli editoriali di “Libero” e “Il Giornale” dell’ultima settimana e tradurle pragmaticamente. L’utilità del dizionario è che tutte le voci possono essere consultate indifferentemente in un verso o nell’altro, secondo l’unico criterio logico dell’utilità del momento.
Se qualcuno vuole può contribuire, inserirò le voci segnalate. Forse.
Annozero = boomerang;
Antiberlusconismo = invidia;
Autonomia = subordinazione;
Avversario = nemico;
Bugia = verità;
Canone Rai = tassa Santoro;
CEI (Conferenza Episcopale Italiana) = cattocomunisti;
Censura = consenso;
Coesione sociale = allineati e coperti;
Comunista = satana col pisello fuori dalla patta;
Conflitto d’interesse = what?;
Contraddittorio = monologo;
Corruzione = dazione a fondo perduto;
Corte Costituzionale = comunisti e anche un po’ napoletani;
Costituzione = moloch;
Condono evasori = scudo fiscale;
Critica = sentimento antitaliano;
Cultura = ciarpame;
Democrazia = populismo;
Dibattito = alzare la voce per coprire quella degli altri;
Disegno eversivo = spauracchio per quando le cose si mettono male;
Docenti universitari = baroni;
Elettori dell’opposizione = coglioni;
Elettori di sinistra = sinistri;
Elezioni = incoronazione;
El Pais = giornale amico dei comunisti;
Erdogan = amico;
Evasori fiscali = imprenditori tartassati;
Exit strategy = mascherare una sconfitta o una disfatta;
Feltri Vittorio = uno che agisce di sua iniziativa;
Financial Times = giornale amico dei comunisti;
Fini = traditore e comunista;
Gheddafi = amico;
Giornalismo = faziosità;
Giornalisti = farabutti;
Guerra = missione di pace;
Ignoranza = forza;
Immigrato = clandestino;
Impiegati statali = fannulloni;
Informazione = gossip;
Insinuazione = verità;
Insulti = verità;
Intellighentzia = (dispr.) chiunque perda tempo a leggere libri;
Kim Jong Il = amico;
Lavorare = fare annunci ai media;
Lavoratori statali = fannulloni o panzoni;
Liberale = comunista;
Libertà = schiavitù;
Libertà di stampa = farsa;
Lodo = impunità;
Magistrati = toghe rosse;
Magistratura = eversione;
Ma va là = zitto;
Menzogna = verità;
Meritocrazia = cooptazione per “amicizia”;
Michelle Obama = moglie abbronzata di amico abbronzato:
Mi consenta = ora parlo io;
Minzolini Augusto = giornalista obiettivo;
Moderato = estremista;
Moralità = corruzione;
Murdoch (Rupert) = il capo del complotto demo-pluto-catto-masso-comunista contro Berlusconi;
Negro = abbronzato;
Obama = amico abbronzato;
Oppositori = comunisti o cattocomunisti, in ogni caso nemici;
Opposizione = odio;
Ottimismo = prevaricazione;
PD = ex comunisti;
Papa Benedetto XVI = un amico;
Pluralismo = monocrazia;
Pressappochismo = professionalità;
Privacy = fare quello che cazzo mi pare;
Prostituta = escort;
Protagonismo = presenzialismo (andare a Porta a Porta);
Putin = amico;
Renzo Bossi = uno studente modello;
Risarcimento danni = tentativo di golpe;
Sentenza ad orologeria = qualsiasi causa persa dal PresDelCons;
Servizio pubblico = al servizio del Governo;
Sessantotto = discesa dell’anticristo;
Sondaggi favorevoli = vox populi, vox Dei;
Sondaggi sfavorevoli = sondaggini sbagliati della sinistra;
Tasse = furto;
Terremoto = ricostruzione;
The Times = giornale amico dei comunisti;
UE = amici dei comunisti;
Università = covi di comunisti e fancazzisti;
Utilizzatore finale = puttaniere;
Veline = candidate;
Verità = calunnia.
L’ufficio competente
Posted in Uncategorized con i tag burocrazia, cittadino suddito, diritto amministrativo, informazioni, modulo precompilato, perdite di tempo, pratiche burocratico, pubblica amministrazione, Renato Brunetta, rotture di scatole, snellimento burocrazia, uffici pubblici, ufficio competente, ufficio relazioni con il pubblico on 29 settembre 2009 by scrittiapocrifiSveglia alle sei e mezza, tre ore e mezzo di macchina. 180 km percorsi, 20 euro di benzina, un permesso del capo e mezza giornata di lavoro buttata nel cesso. Tutto ciò per arrivare in un ufficio pubblico piazzato in un posto sperduto da Dio e ignoto alla segnaletica stradale, presentare una ricevuta e un modulo ed ottenere così un appuntamento e il regale permesso di ritornarci a fare ciò che devo fare.
Per capire cosa dovessi fare, e se ci fosse davvero bisogno di andare lì di persona, ci sono volute una visita al corrispondente ufficio nella mia città, un numero indefinito di telefonate, diverse mail e qualche strillo. Solo per sapere, si badi bene, qual’era la procedura corretta da seguire tra le otto diverse versioni fornitemi dalle tre amministrazioni competenti per la mia fattispecie. La cosa più straordinaria è che due sportellisti della stessa amministrazione, dello stesso ufficio, e dello stesso turno, preposti a dare informazioni al pubblico a nemmeno sei metri l’uno dall’altro sono stati capaci di darmi due indicazioni completamente opposte rispondendo alle mie richieste di chiarimento. Tutto ciò, a occhio e croce mi è già costato almeno un centinaio di euro tra inefficienze e conseguenze delle inefficienze.
Domani bissiamo la divertente giornata con un altro documento che mi serve, mi spetta di diritto ma bisogna aspettare almeno quattro mesi per farne formale richiesta (non sia mai che l’estensore possa cambiare idea su ciò che doveva scrivere o che il cittadino nel frattempo si rompa le palle di ritirarlo), dopodiché si può compilare un modulo, pagare una tassa di bollo e dopo un mese, previo appuntamento telefonico, forse te lo danno.
E tutto questo perché qualcosina di diritto amministrativo io lo so.
Ecco perché il sonno della ragione finisce per generare e rendere plausibili veri e propri mostri come Renato Brunetta.
Cose che non capisco
Posted in Uncategorized con i tag alzare la voce, anziani, autobus, bengalisi, capolinea, decibel, malati immaginari, ombrelli tascabili, orari di partenza, parenti in sudamerica, pioggia, ritardi, studio medico, telefonata intercontinentale on 22 settembre 2009 by scrittiapocrifiQuelli che quando telefonano a qualcuno in’un altra città alzano la voce. Più lontano è l’interlocutore, più forte parlano. Se è un’intercontinentale poi, urlano.
Perché quando decidi di prendere l’autobus è sempre passato un minuto prima. E se poi puoi scegliere tra più linee stai sicuro che sono già partiti tutti.
Perché appena fanno due gocce di pioggia escono fuori decine di bengalesi che vogliono venderti un ombrello?
Perché le persone anziane non mai hanno un cazzo di meglio da fare che passare intere mattinate dal medico, quando scoppiano di salute?
tre mesi, tre settimane e cinque giorni
Posted in Uncategorized con i tag abruzzo, catastrofe, demolizioni, l'aquila, onna, poesia, San Martino al Carso, terremoto l'aquila, ungaretti, vigili del fuoco on 1 agosto 2009 by scrittiapocrifi
Onna (Aq), 1 agosto 2009.
Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro
Di tanti
che mi corrispondevano
non m’è rimasto
neppure tanto
Ma nel mio cuore
nessuna croce manca
E’ il mio cuore
il paese più straziato
Giuseppe Ungaretti, San Martino del Carso
In riserva
Posted in Uncategorized con i tag affaticamento lavorativo, caldo appiccicoso, capi incontentabili, chiusura progetti, date di consegna, inagibilità dei mezzi pubblici, incombenze domestiche, lavoro e vacanze, lavoro straordinario, lucidità mentale, nervosismo diffuso, scadenze, stress psicofisico, tempi di trasporto, viaggi faticosi, vivere in riserva, wwek end on 28 luglio 2009 by scrittiapocrifiE così, in questo caldo appiccicoso e sfiancante ti accorgi quasi distrattamente che le giornate già iniziano ad accorciarsi e ricordi che siamo già a fine luglio, periodo in cui la gente generalmente tira un po’ i remi in barca sul lavoro e si prepara mentalmente per andare in vacanza. Io invece no. Nel lavoro che faccio, luglio è un mese in cui si concentrano le attività più intense e le date di consegna di molti progetti avviati da mesi e mesi.
Sono arrivato a luglio al termine di una lunga e faticosa cavalcata lavorativa durata tutto l’inverno e oltre, fatta di scadenze serrate, di continue emergenze e di richieste quasi sempre esorbitanti ma altrettanto ineludibili da parte dei miei capi (siamo alla vigilia di un rinnovo contratto). Più una serie di viaggi a volte faticosi nei week end, di infinite incombenze domestiche, di nervosismi diffusi e spesso, di lavoro straordinario fatto a casa la domenica. Senza contare il fatto che da tre mesi sono senza motorino e pertanto sono diventato schiavo dei mezzi pubblici, che mi fanno perdere un’ora e mezzo di tempo in più al giorno, senza aria condizionata e con almeno tre trasbordi per arrivare in ufficio e altrettanti per ritornare a casa.
Mi sento uno straccio: ho la pressione bassa, la notte non faccio che svegliarmi per il gran caldo, non riesco quasi più a camminare e il sabato e la domenica vorrei soltanto riposare. Spero che arrivi presto il mese di agosto e il riposo, anche se ci sarebbe persino la possibilità di dover andare fuori per lavoro sia sabato che domenica. Speriamo soltanto di sopravvivere. Non si può più vivere stando eternamente in riserva.
American pipparols® across Europe
Posted in Uncategorized con i tag Ahmadinejad, american pipparols, bagagli enormi, Biastimella, binge drinking, bivacchi turistici, calzoncini corti, camicia quadrettata, Cappella Sistina, cappelli da baseball, cazzone americano, charme e seduzione, cosmopolitismo, estetica del brutto, French Fries, gioventù appicciata int'à cervella, Goethe, Grand Tour, Indro Montanelli, infradito, jeunes filles européennes, Kim il Sung, les americains, Louvre, Parigi, Paris Hilton, passeggini a tre ruote, provincialismo, risse da strada, riti di passaggio, sandali ciabatte e infradito, scena patetica, Sue Ellen, summer holidays, Taliban, Tomas Milian, top da bancarella, Tour Eiffel, viaggi in treno on 2 luglio 2009 by scrittiapocrifiFortunatamente, in Europa ci sono città grandiose, che hanno ancor oggi la capacità di sminuire l’autostima dei viaggiatori più navigati, lasciandoli a bocca aperta. Città capaci di metterci in imbarazzo rendendo evidente il nostro provincialismo anche per chi si sente un cosmopolita per eccellenza. Una di queste città è Parigi. Uno di quei posti in cui concetti astratti (per l’Italia spesso immaginifici), assumono significati concreti e tangibili: infrastrutture, trasporti, cultura, eventi, architettura, urbanistica, arte, fruibilità. Il brutto di queste città è che spesso sono piene di americani, giovani e non, che pascolano allo stato braido, bivaccando come bisonti tra monumenti, musei e boulevards.
Il viaggio nella vecchia Europa è infatti diventato un must assoluto per i giovani americani abbastanza ricchi per permetterselo, tuttavia il grand tour di oggi, in da american style è un po’ diverso da quelli di Goethe. E’ l’alternativa “colta” e snob alle summer holidays in Messico o in Brasile, dove succede un po’ di tutto, ma principalmente sbronze tristi e scopate meccaniche.
Ed eccoli qui, les americains. Anzitutto, si riconoscono subito: solitamente viaggiano in pantaloncini da deficienti, occhiali avvolgenti da snowboard o altri salcazzi sportivi, T-shirts o camicette a quadrettini, cappelli da rapper in lana o con visiera, da baseball, scarpe da ginnastica spesso alternate a orrendi sandali da ginnastica o a inguardabili infradito. Per le ragazze vanno di gran moda gli shorts di jeans sdrucito abbinati a top da bancarella in color fucsia, verde smeraldo o giallo canarino, con la variante del vestitino corto stile impero di cotonina, abbinato ovviamente alle ciabatte che les jeunes filles européennes userebbero solo per non prendere i funghi facendo la doccia in palestra. Quando crescono e diventano cinquantenni, la divisa d’ordinanza dell’americano in vacanza è formata da camicia quadrettata a mezze maniche, chinos color khaki con il risvolto troppo alto e scarpe da ginnastica ancora più brutte. E questo vale sia per gli uomini che per le donne.
Viaggiano in treno con zaini da alpinisti o borsoni, in ogni caso lerci ed enormi (che cazzo ci terranno dentro lo sa solo il padreterno), badando bene di piantarli nella schiena degli altri passeggeri o di far passare le rotelle sui loro piedi ad ogni occasione propizia .
Si fanno fotografare davanti all’Altare della Patria a Roma con un figurante vestito da centurione perché pensano che sia un’opera di architettura d’età imperiale; fotografano distrattamente, senza nemmeno inquadrare qualsiasi stronzo dipinto esposto al Louvre, incluso il cartello della toilette, per far vedere che hanno fatto attività culturali; rumoreggiano dandosi di gomito alla Cappella Sistina, evidentemente eccitati per le nudità michelangiolesche.
Soprattutto, bevono. Si riempiono di birra e alcoolici mescolati direttamente nello stomaco e si mettono a chiappe all’aria a Campo Dé Fiori, alle colonne di San Lorenzo a Milano o a via Chiaia a Napoli. Non conoscendo né il concetto di senso della misura, né quello di rispetto nei confronti del prossimo, sono spesso i favoriti nel casting per i protagonisti delle risse. Se gli va bene, la Polizia se li porta via e passano un paio d’ore in questura con una denuncia a piede libero che useranno per pulirsi il culo, se gli va media si fanno riempire di mazzate che tanto non sentono perché anestetizzati dall’alcool, se gli va male finiscono all’ospedale accoltellati. Le ragazze invece si limitano ad alcoolizzarsi come tante piccole Sue Ellen, ad intasare metaforicamente e non solo i cessi dei pub, versando distrattamente birre ed altri alcoolici sugli altri clienti e, soprattutto, di troioneggiare in perfetto stile Paris Hilton. Eh già, perché tra le americane qualsiasi palla di lardo con al posto della faccia un dipinto di Georges Braque è fermamente convinta di poter c0mpetere in charme e seduzione non dico con una donna mediamente carina, ma direttamente con Monica Bellucci o con Carla Bruni.
Tra le americane, la peggiore in assoluto che ho visto era un po’ più agé, eavra avuto sui trentacinque anni. L’ho incontrata alla Tour Eiffel, aveva due figli – rigorosamente ebeti - di sette e cinque anni, e un passeggino grande come un’Ape Piaggio per portare il piccolo, che si era nascosto sotto una coperta di pile (a fine giugno), per fare Casper il fantasmino. Questa donna era in fila per salire su uno degli angusti ascensori che portano a “le sommet“, la parte più alta della torre, ed è riuscita a piantare le ruote negli stinchi di chiunque gli passasse vicino. Mentre era in fila, ne ha approfittato per farsi una bella pinta di birra e mangiarsi un bel cartone di patatine fritte bisunte, perché è evidente che le “french fries” più buone del mondo non possono che esserequelle servite al secondo piano della Tour Eiffel. Quando l’addetto agli ascensore le ha fatto capire che non avrebbe mai permesso a quel panzer mascherato da passeggino di salire fino in cima, e che doveva lasciarlo lì, ha iniziato a sbatterlo per terra istericamente, fingendo di piegarlo, mentre lei veniva posseduta spiritualmente dall’antica divinità pagana delle imprecazioni, conosciuta in certe regioni come Biastimella. Dietro di me, una famiglia di spagnoli a prenderla ferocemente per il culo “Ahora y aqui: es el momento mejor para buscar una patatita francesa y un litro de cerveza“. Naturalmente lei non si è minimamente scomposta, né ha mostrato alcun imbarazzo per la scena ridicola e patetica che stava mettendo in scena davanti ad un abbondante cinquantina di persone.
Ecco, certe volte capisci che i Talebani, Ahmadinejad e Kim il Sung non possono avere proprio tutti tutti i torti.
E dopo la dottissima citazione di Tomas Milian nel titolo (cfr. Squadra antimafia, 1978), vi lascio ad un aforisma di Indro Montanelli:
Quando mio nonno voleva rimproverarmi mi diceva che ero un cazzone. Quando l’avevo fatta davvero grossa mi inseguiva urlando “cazzone americano“.
Treferendum
Posted in Uncategorized con i tag abrogazione candidature multiple, astensionismo senza senso, Camera, finto bipartitismo, instabilità politica, maggioritario, partitocrazia, polarizzazione della politica, populismo, premio di maggioranza, referendum, rischi per la democrazia, scheda gialla, scheda verde, scheda viola, Senato on 18 giugno 2009 by scrittiapocrifiDomenica e Lunedì ci sono i referendum. Tre referendum, per l’esattezza. Premetto che non sono un grande fan del sistema maggioritario, che ci ha regalato quindici anni di instabilità, di populismo e di Berlusconi. Non mi entusiasmano le proposte di Guzzetta né penso che il bipartitismo all’americana sia una strada praticabile in Italia.
Molti sostengono che non si arriverà al quorum, ma pazienza, non è un motivo sufficiente per giustificare l’aventinismo astensionista, una protesta a mio avviso priva di senso che ovunque sta premiando solo chi spinge verso la dissoluzione delle istituzioni democratiche e della politica. Quindi, anche se non ve ne importerà nulla, vi dico come voterò: i primi due referendum (quesiti 1 e 2, scheda viola e scheda gialla), quelli che attribuirebbero alla Camera e al Senato un ulteriore premio di maggioranza oltre che per la coalizione anche per il partito più votato, dirò seccamente NO. Non mi sembra affatto che questo paese abbia bisogno di un’ulteriore dose di cesarismo per dare il colpo di grazia al dibattito parlamentare, già mortificato da una legge elettorale partitocentrica che ha già fatto entrare alle camere il peggio dei politicanti che questo paese abbia conosciuto dopo Cicciolina. E questo, per inciso, sia a destra che a sinistra. Votare diversamente significherebbe dare ulteriore potere a chi concepisce la politica solo come accentramento e deferenza al capo.
Al terzo referendum (quesito 3, scheda verde) voterò invece un convinto SI, abolendo la possibilità che Pinco Pallo possa candidarsi contemporaneamente in cinquanta collegi, e dal momento che non è possibile essere vincitore in tutti e cinquanta, non solo si falsa la competizione rendendo più difficile che emergano persone nuove e di qualità, ma si consente un ignobile ripescaggio dei non eletti in sostituzione di chi ha vinto un po’ qui e un po’ altrove, svelando un’idea della politica degna del medioevo. In ogni caso, andate pure al mare, ma ricordatevi di votare.
Avanti c’è posto!
Posted in Uncategorized con i tag biglietti, capannelli, colonna verterbrale, comportamenti cretini, conciliaboli, contorsioniste, conventicole, ernia inguinale, feste, guerre di trincea, immobilità, metropolitana, persone inferocite, porte, posti in piedi, rastrelliere bagagli, ristoranti, ritardi, stare tra le palle, trolley enormi, unico bagno funzionante, viaggi in aereo, viaggi in treno on 14 giugno 2009 by scrittiapocrifiLa gente fa cose strane, certo. Ma tra le cose stupide e irrazionali che fanno ce n’è una che non finisce mai di stupirmi. L’ossessione di piazzarsi a tutti i costi in mezzo alle palle, ad esempio.
E’ un comportamento che non fa distinzioni di classe, di età, di professione e si riscontra in un’infinità di situazioni. I trasporti, anzitutto. In aereo, ci sono quelli capaci di far ritardare il decollo perché arrivati al loro posto (generalmente alle prime file) devono accuratamente sistemare il bagaglio nelle cappelliere , verificare l’inclinazione del sedile, assicurarsi che non ci siano collassi strutturali e poi si siedono. Con calma. E ottanta persone inferocite, bloccate sul corridoio che imprecano aspettando di arrivare al proprio posto.
Poi te li ritrovi sul bus che porta dalla piazzola al terminal. Si piazzano in dieci davanti alla porta ed è impossibile entrare. Naturalmente il resto del bus è vuoto.
La stessa cosa, ovviamente, vale anche sui mezzi pubblici in città. Ci sono quelli che devono per forza stare davanti e controllare le capacità di guida del conducente. Tutti ammassati, ovviamente davanti alle porte, nessuno che si muova di un solo centimetro, come nelle guerre di trincea. Chiedi permesso e fanno finta di non sentire, cerchi di andare dietro e s’incazzano borbottando, gli chiedi se possono spostarsi un po’ indietro e ti guardano come per dirti ma che cambia se vai due metri avanti o stai due metri dietro. Qualcuno te lo dice, anche.
Poi ci sono le ragazze con i trolley. Anche io ne ho uno, per carità. Ma è piccolo, a misura del cesto della Ryanair. Queste, invece, hanno dei trolley enormi, grandi come frigoriferi, di solito in color rosa fluo o verde mela.
Che cazzo ci mettano dentro, non lo so. Ho sempre sospettato che qualcuna ci tenga il corpo di un ex-ragazzo, fatto a pezzi. O un’amica contorsionista che scrocca il biglietto viaggiando nel valigione . Ovviamente, ragazza di un metro e trenta e trolley di un metro e sessanta tendono ad occupare predellini, corridoi (specialmente sui treni), la porta dell’unico bagno funzionante su undici carrozze. E quando sono nello scompartimento fanno gli occhioni chiedendoti di aiutarle (?) a mettere questi feretri sulle apposite rastrelliere portabagagli, opportunamente posizionate a due metri di altezza. Provi a tirarle su, e sotto il peso del campionario di laterizi edili che contengono, senti l’ernia inguinale scendere dolorosamente verso i testicoli, mentre la colonna vertebrale vacilla.
Il capitolo metropolitane è assai interessante. C’è sempre qualcuno, ovviamente con il vagone quasi vuoto, che si incatena al palo di fronte alla porta, temendo forse di dimenticare la fermata ed essere così trasportato fino a finis terrae. Il qualcuno poi diventano sette o otto persone, immote come i piloni dei viadotti, e non di rado a finis terrae ci finisci tu.
C’è poi il capitolo feste, ristoranti e altre attività sociali. E’ incredibile come la gente si raduni e faccia capannelli in tutti i posti di passaggio, specialmente quelli più angusti. Per alcuni, il punto ideale per intavolare una conversazione nel mezzo di una festa con un bicchiere di vino in mano (rosso però che il bianco macchia poco), è il corridoio, meglio se c’è una enorme libreria a stringere il passaggio. Il conciliabolo davanti al bagno è un must. Specialmente se non si ha alcun motivo o intenzione di usarlo. Al ristorante i posti migliori sono le scale e il marciapiede di fronte all’ingresso. Al cinema? Niente paura: code e ingorghi assicurati grazie a tutti quelli che, dopo aver fatto la fila e comprato il biglietto iniziano un processo di acclimatamento e rimangono lì nel proprio habitat ideale, fingendo rimettere a posto il resto, cercare il telefono o semplicemente guardarsi intorno cercando con lo sguardo gli amici. Soprattutto, quelli che sono rimasti a casa.
(nella foto: una metropolitana, ma non è in Italia, la gente è seduta e non gira per la carrozza distribuendosi a cazzo di cane)







